Abu Simbel, gloria di Ramses II e Nefertari

Svettante nel mezzo del deserto a circa 280 km a sud-ovest rispetto ad Assuan e a qualche decina di chilometri dal confine sudanese, ABU SIMBEL è un sito archeologico spettacolare che richiede una certa dose di fatica. 3 ore e mezzo di autobus, levataccia prima dell’alba, ma chiunque lo abbia visitato è pronto a giurare che ne vale davvero la pena.

La maestosità dell’ingresso del tempio è mozzafiato. La facciata, larga 28 metri e alta 12 è famosa per le sei statue che accolgono i visitatori. Si tratta delle più grandi sculture di epoca faraonica che potrete mai ammirare. Quattro di esse rappresentano Ramses II e sono accompagnate da altre due più piccole ma non meno maestose rappresentazioni della moglie Nefertari. In basso, tra le gambe dei consorti si trovano i loro figli.

Uno degli edifici è dedicato alla gloria di Nefertari, che però morì senza vedere l’opera ultimata. La leggenda narra invece che la regina morì all’ingresso del tempio. La straordinaria opera artistica che si dispiega all’interno del tempio non è meno spettacolare dell’esterno, con i bassorilievi che evocano un’arte greco-romana molto di là da venire. Scrollatevi dalla mente, inoltre, l’idea di un’arte egizia con rappresentazioni ieratiche, prive di movimento: le scene di guerra sono incredibilmente dinamiche e narrative, quasi filmiche.

Il sito di Abu Sibel, commissionato da Ramses II nel XIII secolo a. C., era la porta dell’Egitto dei faraoni verso sud. Si trattava di un complesso voluto dal faraone a scopo autocelebrativo ma, probabilmente, anche come dimostrazione di forza e di gloria per i nubiani. Viene infatti da chiedersi chissà cosa provassero i nubiani quando, seguendo il corso del Nilo si trovavano di fronte, improvvisamente, a questo manifesto della forza e potenza dei loro vicini egizi e del grande faraone, se ancora oggi trovarsi al cospetto di queste statue gigantesche evoca soggezione e grande impressione.

Il complesso fu portato alla luce nel 1813 da Johann Ludwig Burckhardt, archeologo svizzero che tra gli altri meriti annovera la scoperta di Petra, in Giordania. Il complesso era completamente sotto la sabbia e in seguito, negli anni ’60 del Novecento, prima che venisse sommerso in seguito alla costruzione della diga di Assuan, fu tagliato in 4000 blocchi numerati e ricostruito 65 metri più in alto e arretrato di 210 metri rispetto al sito originale, proprio sulla riva del lago Nasser, con una cura tale che le tracce del lavoro non sono visibili.

L’elemento più “magico” del tempio, nella posizione originale era il “Miracolo del Sole“: ogni anno, il 22 febbraio e il 22 ottobre, i raggi del sole penetravano nel tempio illuminando la camera del faraone in cui siedono le quattro divinità: Ptah, Amon, Ramses II e Ra. Durante la ricostruzione si è mantenuto l’orientamento originale per conservare il fenomeno spettacolare, seppur con lo sfasamento di un giorno. Dal 1979, Abu Simbel è riconosciuto patrimonio dell’umanità dall’Unesco.

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